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domenica 12 luglio 2015

IL NAUFRAGIO DELLA MOTONAVE 'PAGANINI' 75 ANNI DOPO - Storie di Artiglieri raccolte e documentate dalla memoria e dalla carte - Presentazione del libro.



Il pubblico in Sala 
Il colpo d’occhio sulla platea del Cinema ‘Colonna’ di Firenze (g.c. per la squisita cortesia del Sig. Alessandro Baccani) era straordinario: 260 persone alla presentazione del libro ‘Il naufragio della m/Nave ‘Paganini’ 75 anni dopo - Storie di Artiglieri raccolte e documentate dalla memoria e dalle carte’. Questo volume – 621 pagine, 235 riproduzioni di foto e documenti e circa 1100 nomi nell’apposito indice- è il risultato di una ricerca storiografica indetta dalla Sezione Provinciale di Firenze dell'Associazione Nazionale Artiglieri d'Italia (A.N.Art.I.), che me ne ha affidato il coordinamento. Il lavoro  si è orientato fin dall’inizio alla ricerca e documentazione dei naufraghi di quel disastro, certamente fra i primi occorsi all’Italia proprio all’inizio della Seconda Guerra Mondiale: 28 giugno 1940. La nave era partita da Bari dove aveva imbarcato probabilmente la maggior parte del 19° Reggimento a. D.f. ’Venezia’ di stanza a Firenze, nella Caserma ‘Baldissera’;  per chi la conosce è detta ‘la zecca’, a mente dell’antica torre ove aveva sede l’officina – la zecca appunto - che coniava la famosa e pregiata moneta dell’antica Repubblica fiorentina: il Fiorino. La maggior parte degli Artiglieri di quel glorioso Reggimento, la cui Bandiera fu successivamente Decorata di M.O.V.M. nominava così, con quel nomignolo, la propria Caserma che prima di loro, all’inizio del ‘900 aveva ospitato diversi Reparti di Cavalleria.
Da questa Caserma partirono gli Artiglieri delle biografie raccolte nel libro: 103, la maggior parte delle quali raccolte nella Provincia di Firenze, venuta alla mia conoscenza con il sistema del passavoce. La mancanza di documentazione circa gli Artiglieri del 19° e degli altri soldati  imbarcati di cui non sappiamo i nomi, salvo quelli caduti e dispersi nel disastro , ha reso molto difficoltosa la ricerca.
I nostri Artiglieri partirono nei primi giorni del giugno 1940, fra il 3 ed il 24, dalla Stazione di Campo di Marte, sui cui prati della zona  - sul Campo di Marte, appunto - avevano chissà quante volte fatto esercitazione di piazzamento, di caricamento, di puntatura, con porgitori e caricatori pronti a scattare al comando del capopezzo che ne rispondeva al Comandante della Sezione.
In genere partirono di notte come Mario Geppi ci racconta: scrisse a casa una cartolina praticamente al buio, seduto sulle scalette di quella stazioncina periferica, in attesa del treno che sarebbe partito alle 1,30 (pag. 194). Il viaggio durava fino a 25 ore sul percorso Firenze, Roma, Caserta, Bari (Palazzeschi, pag, 285. I nostri arrivavano ‘.. mezzi stolti..’. Il poemetto di Ivo Grassi ci dice anche che viaggiavano appoggiati ‘ ..a groppa a groppa’ (pag. 483, 3° ottava).
Talvolta, per chi non viaggiava inquadrato in un Reparto, c’era anche il tempo di conoscere la città di Bari, il porto e, chissà, forse anche le ragazze (diario Tanzini, pag. 529). Ci fu anche chi arrivò alcuni giorni prima di quel fatidico 27: Piero Lombardi, stanco di dormire per terra in una camerata dell’Ospedale Militare di Bari, racconta di un curioso episodio che gli accadde in un albergo (pag. 220).
Ma il 27 giugno alla fine arrivò anche l’ordine di imbarco che avvenne nel pomeriggio: Carlo Tanzini ci dice che si presentò alle ore 16. Umberto Fantoni disse che li facevano salire ‘…uno a destra, l’altro a sinistra, forse per equilibrare il carico (pag.174). I soldati furono fatti scendere nelle 2 stive e sistemare nelle brande allestite in fretta e furia: la nave era adibita ad altri servizi, quali ad esempio la rotta Fiume – Valencia e ritorno. La ‘Paganini’ era infatti una nave da carico con 59 posti letto, distribuiti in varie cabine. Per alloggiare 920 soldati nelle 2 stive fu fatto un allestimento particolare che terminò il 26 giugno. Alcuni notarono una certa carenza di lance di salvataggio: Cenni e Pesci nei loro diari. Quest’ultimo, durante il suo quarto di guardia ne contò 6,
legate strettamente con molto cordame (pag. 552), su ognuna delle quali potevano – stando alle istruzioni scritte sulla loro copertura – 30 soldati: dunque se ne potevano salvare soltanto 180.
Ambedue avevano notato, adombrandosi alquanto, un certo via-vai di borghesi che salivano e scendevano, apparentemente  incontrollati dalla banchina alla nave.
Non era permesso sostare sul ponte, tantomeno dormirci, ma Edoardo Bonechi ed un compagno ci dormirono (pag. 537) per evitare l’affollamento e i miasmi delle stive,  aspirando dalla brezza notturna la salutare salsedine.
Del resto sul ponte vi era molto materiale che lo ingombrava: cordame e tavole di legno, forse da impiegare per la costruzione di baracche in Albania. La notte passò fra mal di mare e sogni, fra il timore di quella ‘….massa scura che di si muove anche di notte e non si ferma mai’ (Bruno Lauzi: Genova per noi).
Quelle tavole di legno si rivelarono salvifiche per la gran massa dei naufraghi (Piero Lombardi: lettera a Irma, pag. 225). La maggior parte di loro ha raccontato che la salvezza la dovevano alle assi/tavole/legni che galleggiavano intorno alla nave ( Toti Bruno, pag. 359)
Poi l’esplosione: a Raffaele Nafissi si fermò l’orologio alle ore 6,10; a Silvio Pesci alle ore 6,14 (pag. 486); Carlo Tanzini, nel suo diario afferma che lo scoppio avvenne alle 6,10 precise! Edoardo Bonechi scrisse che lo scoppio avvenne alle ore 6,15 esatte (pag. 539).
Da quel momento accadde di tutto e di più: il terrore si impadronì della maggior parte dei soldati che reagirono in varia maniera; chi si gettò in mare, chi scivolò in acqua, chi si fece convincere incoraggiato da un amico (Dante Andreoni pag. 252), chi da un amico fu spinto in acqua (Giulio Picchi, pag. 307). Altri, non riuscendo a vincere il terrore, dal quale furono sopraffatti, si uccisero come hanno raccontato  Ugo Sottili a pag. 342 e Carlo Tanzini a pag. 530.
Ci sarebbe da accennare a molti episodi per rendere soltanto una parziale illustrazione delle storie raccolte nel libro. La Parte Quarta, quella documentaria, è molto interessante: sono raccolti una quantità consistente di documenti, tanto originali quanto preziosi dal punto di vista storiografico:  diari e memoriali, lettere e cartoline, appunti e oggettistica, fino a quel poemetto  che sintetizza in ottava rima le giornate dal 3 al 28 giugno.
La presentazione si è svolta il 20 giugno a Firenze animata da alcune letture scelte fra i documenti pubblicati e affidate a 7 amici, fra i quali il M° Patrizio Burgassi autore del dipinto riprodotto sulla copertina del volume. Il vice-direttore e tenore solista del Coro ‘La Martinella’ del C.A.I.di Firenze ha cantato, da par suo, 4 ottave del poemetto rammentato.
Le dotte ed esaustive presentazioni sono state curate e svolte da due fra i massimi esperti e studiosi di Storia militare: il Presidente Nazionale dell’A.N.Art.I, Gen. Rocco Viglietta e il Col. a. (ter) s. SM. Antonino Zarcone, vice-Direttore Capo del Dipartimento di Sociologia Militare presso il Centro Militare di Studi Strategici, già Capo dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito.
Il Presidente Viglietta ha sottolineato il valore della ricerca e della pubblicazione in particolare dal punto di vista dello Statuto della Associazione, che invita e quasi obbliga alla ricerca dei legami fra la Storia e la vita associata degli Artiglieri ed i legami con la cultura delle tradizioni artiglieresche da esaltare e diffondere. Ambedue hanno inoltre sottolineato il valore della ricerca pubblicata che parla di Artiglieri, di uomini che hanno sopportato il naufragio con estrema dignità e dopo gli anni di guerra, alcuni sbarcati in Albania per la seconda volta.
I due Relatori, ed in particolare il Col. Zarcone,  hanno sottolineato come in questa pubblicazione si parli di Storia e delle storie di uomini, nell’ambito di una vicenda, il naufragio,  che ce li ha presentati con nome e cognome, dei quali siamo venuti a conoscere il loro ambito sociale, economico e culturale, anche e soprattutto attraverso i documenti e le foto, alcuni di eccezionale valore documentario e storico, che le loro famiglie hanno messo con generosità a disposizione.
Una bellissima giornata passata all’insegna della Storia, della Memoria, dell’Arma di Artiglieria, dell’Associazione e della Cultura.

Francoeffe

domenica 14 giugno 2015

LA BATTAGLIA DEL SOLSTIZIO, 15-22 GIUGNO 1918.

                                           Risultati immagini per aRTIGLIERI DEL 1915-18
Con questo post intendo celebrare la ricorrenza della Battaglia del Solstizio con il brano seguente, che ho avuto il piacere di leggere in un momento celebrativo fra Artiglieri in armi e in congedo iscritti all'Associazione Nazionale Artiglieri d'Italia. L' iniziativa, sobria e sintetica, attivata dal Comandante dell' Istituto Geografico Militare di Firenze, massima autorità dell'Arma in città e dal Presidente della Sezione A.N.Art.I di Firenze, ha avuto luogo venerdi 12 giugno, in una splendida location:  il celebre Casino della Livia, di medicea memoria.
Dopo la disfatta di Caporetto le truppe, attestate sulla linea del Piave, sferrarono un poderoso attacco che si concluse 5 mesi dopo con la riconquista di Vittorio Veneto. Determinante fu l'apporto dell'Artiglieria che, con la massima precisione e potenza del suo tiro, preparò e sostenne, con oltre 5000 bocche da fuoco, il riscatto dell'Esercito Italiano.  Convenzionalmente il 15 giugno si celebra la Festa dell'Arma di Artiglieria.
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Il capopezzo lo svegliò di malagrazia e lo spinse fuori dal ricovero serventi verso la piazzola del pezzo. Era molto umido e freddo nonostante fosse la metà di giugno: era piovuto per giorni rendendo tutto scivoloso con fango e pozze d’acqua da tutte le parti. Gli scarponi erano un disastro e le pezze da piedi ormai marce, rendevano i piedi perennemente freddi. Le fasce mollettiere distribuite in sostituzione dei gambali, praticamente introvabili per le truppe combattenti, erano ormai un ricordo incrostate di fango e zuppe d’acqua. Era già un lusso essere vestito e calzato di tutto punto, una dotazione regolare di scarpe ed abiti decenti li aveva avuti solo con l’arruolamento: in casa, come ennesimo figlio di poveri mezzadri, gli abiti erano un lusso e le scarpe non le aveva avute se non, riciclate, per le grandi occasioni, per il resto solo zoccolacci di legno.
Gli altri serventi, anche loro nelle stesse condizioni, si muovevano nell’oscurità sotto la pressione del caporal maggiore capopezzo, un sussiegoso settentrionale con pretese intellettualoidi, del quale i soliti ben informati mormoravano che aveva partecipato agli scioperi operai del maggio precedente e pizzicato dai carabinieri era stato spedito al fronte, col “baffo” quale operaio specializzato. Era però un buon tecnico e gli aveva dato affascinanti spiegazioni sul funzionamento del pezzo al quale era assegnato: il famoso 75/27 mod.11 Dupont.
Quale “caricatore” iniziò ad adempiere alle incombenze delle quali era incaricato: tolse il cappuccio di protezione dal vivo di volata e svincolò la bocca da fuoco dall’aggancio sugli organi elastici dell’affusto ai quali era ancorata in posizione di marcia e di riposo, quindi, dato il convenzionale cenno al puntatore si pose tra le cosce del pezzo come prescriveva la libretta, pronto ad inserire all’interno della camera di scoppio la granata che gli veniva passata dal “porgitore” che a sua volta la riceveva dal “preparatore” primo anello della catena, sotto la sorveglianza del “capopezzo”.
Di lì a pochi attimi si materializzò il sottotenente comandante di sezione che sempre in massimo silenzio, come disposto con rigorosi ordini dei giorni precedenti, li radunò ricordando loro l’importanza di quello che erano chiamati a fare, i pericoli incombenti per loro e per le loro famiglie, appellandosi al loro onore di artiglieri del Regio Esercito e informandoli che il nemico si apprestava a lanciare una grande offensiva che spettava proprio a loro di rintuzzare sin dalle primissime fasi con la loro azione impedendogli di attraversare il fiume che scorreva poco avanti a loro. Un fervorino che gli scaldò il cuore e lo rese partecipe del grande atto che si stava per scatenare. Anche negli occhi dei suoi compagni lesse la stessa volontà e decisione e tornò al pezzo più stimolato e motivato.
In attesa di agire, nel buio rifletté che capiva finalmente come mai la sua batteria, acquartierata in un piccolo paesino delle retrovie per un periodo di riposo e di addestramento alle nuove tecniche della manovra del fuoco, era stata allarmata e in tutta fretta spedita sulle attuali posizioni con tutte le cautele possibili: movimenti sul far dell’alba e dopo il tramonto, lavori di interramento della linea pezzi ridotti al minimo, mascheramento curatissimo, aggiustamento sugli obbiettivi solo in maniera assolutamente saltuaria e mai per sezione o per batteria ma sempre e soltanto con il pezzo base, a dissimulare la presenza di tante bocche da fuoco di tutti i calibri, ammassate in quella zona del fronte, come se già si sapesse o si aspettasse qualcosa…..
All’improvviso sembrò che una scossa elettrica invadesse tutti, il capopezzo chiamò i serventi e dette il fatidico ordine: caricate! La catena si mise in movimento, il preparatore pescò una granata già pronta dalla riservetta e la passò al porgitore che la passò a lui che con decisione la infilò nel vivo di culatta, pressando con determinazione il fondello del bossolo con il pugno della mano destra a far impegnare la rigatura della canna dalla corona di forzamento della granata, quindi il puntatore di destra chiuse la culatta: il pezzo era pronto al fuoco.
Si aspettò ancora, erano secondi che parevano ore e pesavano come macigni, la tensione era alle stelle e quando giunse l’ordine di “fuoco!” erano circa le una della notte, fu una liberazione il puntatore di destra azionò la leva di sparo e il pezzo rinculò bruscamente sui due piani, la bocca da fuoco sulla culla e l’affusto sul sottoaffusto. Il caporalmaggiore gli aveva spiegato che era un grosso vantaggio, permetteva al pezzo di non saltare sull’affusto, migliorando di molto la stabilità dello stesso a tutto vantaggio della precisione del tiro e della velocità di fuoco, essenziale in un pezzo ideato per l’artiglieria da campagna e pertanto devoluto all’accompagnamento diretto dell’azione delle fanterie amiche nell’attacco e al fuoco di sbarramento per la protezione delle proprie posizioni nella battaglia difensiva. L’ordine fu perentorio “fuoco a cadenza massima!” Pertanto ogni pezzo poteva sparare a volontà alla massima velocità possibile di circa 7-10 colpi al minuto, con i bossoli incandescenti che si ammucchiavano sui piedi dei serventi e loro che non avevano materialmente il tempo di respirare per la necessità di infornare in continuazione nuovi colpi.
L’azione, contrariamente alle aspettative, continuò se non con brevissime interruzioni anche quando iniziarono a fioccare i colpi in arrivo dell’artiglieria nemica che tentava un tiro di controbatteria per alleggerire la pressione sulle proprie fanterie, ma era in effetti un tiro sconnesso e mal registrato, mancando agli osservatori nemici precisi punti di riferimento e dati di tiro precalcolati basandosi nella notte solo sulla rilevazione delle vampe per i colpi in partenza, elemento non facilmente ed univocamente rilevabile data la numerosità delle armi che erogavano il fuoco.
Peraltro danni e perdite si rilevarono anche sulla linea pezzi del suo gruppo ma il nostro continuò a caricare il suo pezzo con determinazione e il sudore gli colava lungo la schiena e dalla fronte, si liberò in un attimo della giubba e proseguì nell’azione che gli sembrò nel contempo eterna e brevissima, fino a quando li raggiunse l’ordine di sospendere il fuoco e poi: pezzi in sicurezza!
Notò solo allora che il sole era già alto nel cielo e il fumo degli scoppi e degli incendi si alzava alto, il rumore violento della battaglia giungeva fragoroso ma nonostante il nemico fosse riuscito a passare il fiume, come seppe poi, in altri settori, di fronte a loro era stato inchiodato sulla linea di partenza con i reparti ancora ammassati; crollò allora esausto come i suoi compagni sul posto e si riposò pronto ad un nuovo allarme che non mancò ma che fu meno grave e pesante del primo.
Il suo reggimento alcuni giorni dopo, tirato a lucido e schierato al gran completo ricevette l’augusta visita del Sovrano che si rallegrò con tutti per la brillante azione, strinse la mano al Comandante e decorò la bandiera di una ricompensa al valore concessa motu proprio!
Restò tutta la vita orgoglioso di avere partecipato a quella battaglia e ancora, anziano ripeteva ai suoi nipotini che lo ascoltavano rapiti alcune parole della preghiera dell’artigliere:
……di rendere il nostro cuore
forte come la tempra dei nostri cannoni
puro il nostro animo come la fiamma
che erompe dai nostri pezzi.

a cura di Francoeffe

martedì 9 giugno 2015

VIGILIA DELLA PRESENTAZIONE DI UN LIBRO.

L'ho già scritto nella introduzione al libro che presenterò sabato 20 p.v. (vedi post): sono un uomo fortunato ad avere incontrato persone che mi hanno agevolato, seguito e aiutato nella sua redazione. Ho trovato famiglie che si sono appassionate alla mia ricerca riguardante un loro famigliare; famiglie che mi hanno messo a disposizione del materiale prezioso, per loro e tutti, dal quale ho tratto informazioni, ma soratutto incitamento ad approfondire, scavare e pubblicare. Ho goduto della fiducia di queste famiglie delle quali, comunque vada la presentazione e  la valutazione di quel lavoro, mi resterà un ottimo ricordo del tipo di rapporto instaurato, sempre di stima, talvolta d'affetto. Con molti figli, generi, nipoti di quei soldati che ho trattato ho avuto la possibilità/necessità/ventura di commuovermi con loro, ascoltando le loro storie e ricordi. In alcune delle 103 biografie raccolte l'ho dovuto scrivere chiaramente e francamente. Una per tutte, senza far torto ad alcuno: la storia di Piero Lombardi. Ve lo avrei fatto vedere mentre mi diceva di quel soldato che scendendo in acqua gli sorrideva salutandolo, convinto che lo sforzo di Piero, se avesse tentato di aiutarlo,  non avrebbe dato alcun risultato. Senza dire molto di più dei diari: ben 5!! Quello di E. Bonechi, che puntualizza l'orario dell'esplosione e ci dice del susseguirsi del naufragio; quello di P.L. Tori, che ci racconta come in una radiocronaca, la cattura della sua Batteria (e forse del III° Gruppo di Artiglieria); quello terrificante di  C. Tanzini, che ci fa scendere nei gironi delle paure dell'uomo quando si trova in grave pericolo. Solo altre 2 citazioni: a) il 'poemetto' di Ivo Grassi, in ottava rima, che ci accompagna dalla partenza da Firenze alla sponda di Durazzo; b) la 'via crucis' di R. Nafissi, che ci racconta, come in un diario di viaggio (ma tale é) dalla cattura - 13 settembre '43 - al rientro in Patria nell'aprile del 1945.
Ho avuto la fortuna di raccogliere e commentare tutti questi materiali da 3 superstiti, dai figli, nipoti, generi e mogli dei naufraghi. Grazie e tutti.

Francoeffe

lunedì 29 dicembre 2014

IN MEMORIA DI UN AMICO

Gita a Tivoli
Lui forse lo sapeva che gli ero affezionato, anche se tesdardamente aveva rifiutato di parlarmi da allora e anche all'inizio di questa estate.
La causa era stata una diversa visione, considerazione e e soluzione di un fatto accaduto nella nostra cerchia di amici. Avevo cercato di portare la pace, che pareva destinata a non ritornare più nel nostro Gruppo, andando a parlare con quello che aveva suscitato il pandemonio. C'ero andato in compagnia di un altro amico perché fosse all'occorrenza testimone dell tenore dei ragionamenti e dello sforzo che mi prefiggevo di portare a termine. Ma Aniello, che avevo messo al corrente di quanto volevo fare, non condivideva quella intenzione, anzi mi disse chiaramente che non avrei dovuto neppure andarci dall'amico che aveva procurato lo scompiglio. Per la verità non era neppure la prima volta, ma il rischio era che si smembrasse il Gruppo, così faticosamente costituito.
Ma il suo carattere deciso, rimasto offeso dall'ultima uscita del comune amico che io volevo riportare a ragione, non gli ha permesso di passarci di sopra; anzi, il mio - ne sono certo - lo aveva considerato uno sgarbo nei suoi confronti. La certezza di questo giudizio l'ho avuta confermata quando all'inizio dell'estate, pescandolo al telefono (fino ad allora si era fatto negare dai familiari), gli domandai ragione della sua salute, che avevo avuto sentore non fosse buona. Mi ghiacciò con un secco "... non voglio parlate con te!".
Alla vigilia di Natale ho avuto la notizia che ci aveva lasciati.. Della cerchia degli amici più cari del periodo della Leva, é il secondo che se ne é andato avanti: prima Angelo, adesso Aniello. Li avrò sempre nel cuore.
Quando ci mettemmo ad organizzare il Gruppo pensammo subito ad Aniello e ci  mettemmo a cercarlo. Era, all'epoca, 40 anni prima, uno dei più mattacchioni e ci era rimasto nella mente. La traccia era debole ma mi ricordavo che era di S. Giorgio a Cremano, ancora poco per rintracciarlo. Alla fine, dopo averlo trovato ed averci parlato, ci demmo appuntamento a Bracciano, nella vecchia Caserma, in occasione  del nostro 2° Raduno. L'incontro fu emozionante e commovente: dopo 40 anni, di cui gli ultimi due di ricerche.
Era con sua moglie, una donna con lo sguardo dolce, piena di premure per lui. L'ho incontrata ancora, anche a casa sua come ospite, proprio insieme all'amico che ero andato a cercare per ricondurlo in seno al Gruppo.
Se l'avessi saputo in tempo utile per il funerale, sarei andato a Napoli, per rivederlo ancora una volta.
Io non gli portavo rancore, nonostante il suo rifiuto dell'inizio estate.
Lo ricorderò con l'antico affetto.

Francoeffe

giovedì 14 agosto 2014

Una persona molto cara.

Zia Marcella, primi anni 40.
I blog, questo almeno, ospita anche contributi di altri. Inoltre chi l'ha detto che un blog, questo almeno, debba ospitare soltanto post distratti, ridanciani, o seriosi, comici ecc ...
Questo post rientrerà in quelli non solo seri, ma dolorosi. E' un post in memoria di una persona cara.
Ognuno di noi ha fra le sue parentele e conoscenze una o più persone che gli sono particolarmente care, o simpatiche, con le quali ha condiviso momenti allegri, drammatici oppure ha percorso insieme un tratto di vita. Questa era una zia.
Questa persona a me cara che é venuta a mancare oggi, era fra questo tipo di persone care: avevamo anche percorso un po' di vita insieme e non ci eravamo mai persi di vista, se non negli ultimi tempi a causa del suo forzoso trasferimento a Roma. Parlo della zia Marcella, sorella di mia mamma.
Ho avuto molte zie alle quali sono stato molto legato, alle quali ho voluto ricambiato,. molto bene, per una ragione o per l'altra. La zia Rina, perchè una sua figlia é cresciuta con me e Marco; la zia Albertina perchè  é stata di casa nella nostra, consigliera e confidente della mamma, sempre pronta ad intervenire; la zia Anita, che mi aveva visto piccolo mentre con i miei ero sfollato ad Osteria Nuova durante il passaggio del fronte. Zia lo sarebbe diventato dopo quel periodo. Ma la zia Marcella, ...
Mi aveva visto nascere, lei diceva '.. ti ho tirato io fuori!'. Era quasi vero.Mi aveva cresciuto mentre mamma lavorava da sarta da uomo sulla sua Singer. Dai pannolini, al biberon, a lavarmi e vestirmi, al fiocco sul grembiulino per l'Asilo, a 5 anni. Era la sorella minore di mamma; abitavamo insieme a Firenze prima del nostro trasferimento ad Osteria Nuova di Bagno a Ripoli. Abitavamo insieme anche quando si sposò col 'bibi'. lo zio Roberto che venne a vivere nella nostra famiglia. All'epoca era quasi normale. Quando arrivò in famiglia suo padre, provetto imbianchino e decoratore, trasformò la vecchia casa, 5 stanze allineate e affacciate sui un lungo corridoio, in una 'quasi' reggia. 3 camere da letto, una cucina ed un vasto salotto, dove su due tavoli, pranzavamo e cenavamo. Il babbo dello zio 'bibi' rinfrescò tutta la casa a cominciare dalla camera da letto degli sposi: un trionfo di rose nella balza in alto e nei contorni a finestra e porta. Il salotto lo fece sembrare una sala di Fontanbleu! La zia Marcella fino a che non nacquero le sue figlie, continuò ad occuparsi di me e Marco, mio fratello. Al mattino mi pettinava i capelli ricci, prima di uscire per la scuola. Mi dovevo mettere le mani sulle orecchie per non farmele asportare sotto i suoi colpi di pettine. Le sere d'estate, quando gli zii andavano a ballare alla 'Villetta', mi portavano con loro. Vederli era uno spettacolo, affiatati come pochi si esibivano in tanghi appassionati e valzer indemoniati.
Quando avevo 14 anni andai a passare oltre 3 mesi da loro, a Castelnuovo val di Cecina. Mesi indimenticabili da dove tornai viziato come pochi altri. Gli zii come i nonni sanno viziare, e come!.Fino a che non andarono ad abitare a Barroccino, una borgata di Stagno (Li). Abitavano una casa vasta dove l'ospitalità era una norma. Cugini e nipoti ne approfittavamo ad ogni pié sospinto. Non passava un'estate che non ci ritrovavamo in una 20ina, accampati in ogni dove. Camerate per maschi e altre per femmine. I ragazzi in una cameretta con letti a castello. La zia ad una cert'ora del mattino vi si affacciava con il famoso ritornello: 'Svegliatevi ch' é l'ora, chicchi-ri-ri-cchi-cchì'.. Un giorno era il 15 agosto di molti anni fa, avevo fissato di passare il Ferragosto da loro. Verso le 10.30 trovai le finestre ancora chiuse oppure già chiuse? Salita la breve scala, incoraggiato dall'inquilino di sotto che ' ...non li ho ancora sentiti.', bussai. Venne proprio lei, la zia Marcella ad aprire. Aveva gli occhi come fessure e pieni di un sonno non ancora esaurito. 'Franco, cosa fai a quest'ora?' Era andata così:  verso le 24 della sera prima a chi era in casa (una dozzina) gli venne fame. e non trovarono di megluio che scendere nel pollaio per tirare il collo a 1 o 2 pollastre.Fra chiapparle e pelarle, cuocere e condire la pasta vennero le 3. Il tempo di mangiare e bere e via a letto.
'Bibi, Petrizia, Vilma, Lido, Andrea, Emilio , ...., ...., c'é Franco con la Grazia, sono arrivati. Sveglia.'
Altre volte di passaggio; 'Dammi la maglietta, in una attimo la sciacquo e si asciuga, così viaggi meglio'.
Par fare una festa di fine anno insieme ci andavo per l'Epifania. Mai una volta che sia mancato un giocattolo per Neri.
Quella volta che con Grazia ci si mise a fare i tortellini. Ci venivano grossi come ravioloni. Arrivò la zia Marcella e in quatro e quarr'otto ce li arrotolò lei. Una meraviglia!
Una volta che andai a Barroccino, la trovai  già ai fornelli. Pensai che mi volesse fare chissà quale pranzo. Alla domanda rispose che quel tegame era per Piera. una delle 2 consuocere che abitava vicino: gli aveva chiesto una mano per un pranzo impegnativo. C'era anche una teglia sul fuoco e chiesi cosa ci fosse dentro. 'Ci sono i polpetti da fare alla Luciana'. Domandai ' Ma per noi? Non ci sarà niente per la tavola?'. La vedo ridere ancora: 'I polpetti sono per noi, la 'Luciana' é il tipo di ricetta con cui li cucino!'.
Ultimamente abitava a Scandicci, dove ci andavo spesso a far loro visita. Lo zio non stava più bene e lei, accompagnandomi alla porta mi sussurrava: 'Torna a trovare lo zio, ti rammenta ogni giorno'. Uscivo commosso da quelle visite, per il rinnovato legame fra noi e per il pensiero che aveva per Roberto, il grande amore della sua vita..
Poi in questi momenti, ti viene di pensare a quante volte non l'hai vista o sentita. Al telefono sia io che altri nipoti, se rispondeva lei chiedevamo subito dello zio. Allora si incazzava: ma io che sono? Il culo?'
Ti vengono alla mente tutte le volte che potevi andare a farle visita e l' hai rimandata.
Ti viene di pensare a quante volte potevi dirle. ti voglio bene zia Marcella. Lei lo sapeva, ma perché non dirglielo?

Francoeffe

martedì 12 agosto 2014

Una gita nel Parco 'Fanes, Sennes, Braies'

Un cespuglio di pino mugo
L'avevo visto diverse volte quuell'alberghi vicino a quella pozza che chioamavano 'lago'. Era il Lac d'la Creda, mi pare si chiamasse così. Il ricordo, senza ricorrere alle mappe si é un po' sfocato.
Era, anzi é ancora, sulla strada per Pederù, quasi alla metà, nel verde. Da li parte il sentiero con cui alla fine si arriva al Rifugio Fodara e dopo a Pederù, passando per quelli del Sennes e Fodara..
Più che percorrere quel sentiero pareva di risalire un torrente in secca. Ma era proprio quello il fascino: quel sentiero che risaliva un torrente. Di tanto in tanto si degnava di farsi vedere o  ascoltare tramite il consistente rumore di fondo causato dall'acqua rotolante fra i sassi e saltellante fra i grossi massi. Forse era la voglia di farsi sentire oltre che vedere. Il torrente faceva come al gioco del 'cucù'. O come la madonna di Fatima: apparire e scomparire. Fu in quel letto sassosissimo che la vidi: una Stella Alpina che cercava la luce in cima al suo stelo che sembrava un collo allungato in cerca d'aria.
Mi venne in mente Modigliani ed i suoi lavoro su tela. La  fotografa che scattai é andata dispersa, peccato!
Poi, improvvisamente, il torrente scomparve nel profondo della terra e non si fece più vedere e sentire.
Quando il sentiero iniziò a perdere parte della sua pendenza ci fu il momento di voltarsi indietro e non vedere niente. Nel senso che la particolare curvatura non consentiva altro orizzonte se non dai lati: alti costoni di roccia che ci indirizzavano verso il 'barco', a q. 2550 slm.
Dei baranci ce ne rendemmo conto solo quando gli fummo nel mezzo: magnifici, perfettamente rivolti verso il cielo a tanti, tanti da formare un labirinto. Sarebbe stato bello poter vedere l'effetto dall'alto!. Piazzole di pino mugo profumatissimo (1), si susseguivano le une alle altre, ognuna di altezza e consistenza diverse.
Poi il sentiero ci avviò verso una morena impressionante. Il sentiero serpeggiante pareva non avesse più fine. Servì molta attenzione, non era ammessa nessuna distrazione che poteva rivelarsi fatale. In hotel avevamo sentito storie di grandi escoriazioni causate da scivoloni sulle morene.
Al termine di questo sentiero che non aveva dato nessun momento di  respiro, il barco: un passaggio così stretto che passammo uno alla volta scavalcando il diaframma ad altezza del cavallo dei calzoni. Poi, ...
La vista del grande pascolo che pareva non avesse fine. Ancora una conca fra alte muraglie di roccia. Nel prato i cardi in fiore invitavano a coglierli, ma ..... nessuno ci provò, anche perchè dopo sarebbe stato necessario portarli a casa, come? Dove?...
Sia io che Vittorio, Gino, Sandro e Cristina ci accorgemmo di avere una fame da lupi, il panino potrtato da ll'hotel era stao divorato fra i baranci. Contavamo sul Rifugio Sennes, che però ancora non era in vista e le ore di marcia erano già ben 5. Ma la mappa e le segnalazioni ci dicevano che eravamo sulla strada giusta, dunque si trattava solo di strada. Finchè non apparve il Rifugio. Una sciacquata alle mani e via, intorno alla tavola  su cui fu presto aggiunto un profumato minestrone, del vino e acqua a cui seguì una tegliata di uova affrittellate mescolate a speck! Un trionfo di cucina e appetiti.
La gita terminò dopo ancora 2 ore. Passammo per un caffé al Fodara per poi scendere a Pederù dove ci aspettava l'auto di uno di noi. Rientrando recuperammo l'altra lasciata al mattino a Lac d'la Creda
(1) Pinus mugo (class. Turra, 1764) della famiglia pinaceae. Dai sui rametti verdi non ancora lignificati viene estratto l'olio essenziale di mugolio (on line).

domenica 3 agosto 2014

Presentazione

Aggiungi didascalia
Ho un nome molto lungo se detto e scritto alla maniera antica e per intero, con tutti i patronimici. 
Sono riuscito a conoscerlo al termine della Ricerca sulla mia genealogia. Antica, contadina ma affascinante e ben radicata nel 'popolo' di Antella. Anzi, di Santa Maria all'Antella, detto alla maniera antica, anche questa!
Adesso non é più consuetudine di declinare anche il nome del padre dopo il proprio.
C'é anche una ragione per dire il proprio nome per intero. E' quella di esibire per intero tutta la Genealogia che la maggior parte della gente non si é mai curata di cercare. Non sanno quel che perdono, i maturi per indifferenza i giovani per ignoranza, presi come sono a 'spippolare' incessantemente sui loro aggeggi tascabili elettronici. Senza contare chi su Face Book si perde a condividere le cose degli altri, nella maggior parte dei casi insulse, ovvie ma sempre kitch: filmati impossibili, cani e gatti a sfare o ragionamenti sulla squadra del cuore, giurandogli fedeltà assoluta. Mah!!
Ma per tornare al bomba vi dico il mio nome con le caratteristiche di cui sopra : Franco di Brunetto, di Giovacchino di Emilio, di Luigi di Giovacchino, di Vincenzo di Cosimo, di Bernardo di Cosimo, di Pierantonio di Jacopo Fantechi, dei 'bambolini' di Petriolo. Toh!
Chi l'ha lungo lo .. esibisca il nome e io sto bene!
Mi é venuto in mente di scrivere questo post per la ragione che oggi ho aggiornato la Ricerca chiusa nel 2012 a seguito di 2 new entry: Alessandro e Cristiano che sono individuati come cugini di 7° grado. Quest'ultimo lo incontrerò giusto martedì mattina, seduti ad un tavolo per un caffé.

Francoeffe

venerdì 1 agosto 2014

Un vecchio amico.

Loris e suo figlio sulla copertina di una
Rivista per italo-canadesi.
Arriverà alla fine del mese. L'ultima notizia dice che sarà a Firenze il 24. Passeremo almeno un giorno insieme, così almeno mi ha detto. Certo, dopo 73 anni non é molto il tempo che passeremo insieme, considerando il fatto che  molto probabilmente - non ci incontreremo più!
La storia sta così: quando ero piccolo, circa di 1 anno, la mia mamma usciva con una sua amice che anche lei aveva il figlio piccolo, Loris. Era nato alcuni mesi prima di me.
Quando io nel carrettino aspettavo che scendesse in strada, mi agitavo finchè non eravamo accanto uno dell'altro. Altrettanto lui se scendeva di casa prima di me. Poi quando eravamo insieme tornava la calme. Non é che la nostra conversazione fosse fluida e scorrevole come parrebbe: io avevo appena 1 anno, Loris, così si chiama il mio amico, alcuni mesi di più. Ma vicini eravamo tranquilii proprio come a conversare. 
Finché un giorno di Marzo del 2013 passai dall'Anagrafe di Firenze e chiesi di potere avere il suo recapito, in Canada.  Era emigrato moltissimi anni prima, credo intorno la fine della guerra con papà e mamma, la Pia tanto amata da sua madre.
Sapevo che era emigrato e conoscevo il nome e cognome della sua mamma e dei suoi nonni materni.
La risposta positiva alla mia richiesta non si fece attendere molto. Gli scrissi per ricevere alcune settimane dopo una telefonata. Nella lettera gli avevo allegato una foto che mi ritraeva con le sue nonna e zia, dunque inconfondibile e inequivocabile.
La prima cosa che disse al telefono dopo essersi presentato fu questa: 'Che bello sentire una voce toscana e fiorentina, era tanto tempo che non mi capitava!'.
In seguito ci siamo sentiti e scritti via e-mail molte volte. Una di queste mi ha comunicato la sua venuta il Italia con un programma già definito. Oltre Firenze visiterà San Giovanni Rotondo per raccogliersi sulla tomba di S. Pio da Pietralcina.
Suo padre era un parrucchiere di gran classe e in Canada continuò la sua professione. Loris ne ha seguito le orme, tanto da diventare - così dice la copertina di questa Rivista -'Tthe Kingh of Barber shop'! Nientepopodimeno.

Francoeffe

Gli Avelli


A Firenze era in uso, fino a non molto tempo indietro, un modo di dire molto particolare : per indicare un gran puzzo si dice(va):“…. senti che avello..”.
Credo che solo i fiorentini comprendano il riferimento all’Avello. Per gli altri, ma anche per i fiorentini delle ultime generazioni, conviene chiarire a cosa si riferisce il detto.  Il modo di dire decresce nella parlata ed è sempre meno in uso.
Chissà quante volte siete passati da via degli Avelli : è quella strada che congiunge piazza dell’Unità Italiana a piazza S. Maria Novella. Ebbene, per chi non lo sapesse, gli Avelli sono proprio quegli archetti, tutti decorati, gli uni accanto agli altri in questa strada, sulla facciata della Basilica- 3 per parte- e sul lato destro della sua facciata. “Avello” : arca sepolcrale, tomba”. Così il Devoto-Oli, ed. Selezione dal R.D., 1974.  
Gli Avelli di cui si dice, belli e artistici, sono  sormontati da un archetto e sui sarcofagi fanno bella mostra di se le  insegne di alcune fra le più importanti famiglie fiorentine, patrizie e nobili. Si  riconoscono le insegne dei Pitti, Medici, Alberti, Cerchi, Ricasoli, dell’Antella, Mazzei e di molte altre.
Ma, il modo di dire da cui sono partito? Eccolo qua!
Siccome non tutti i sepolcri erano sigillati al meglio, da questi fuoriuscivano i più maleodoranti fetori. Al tempo la strada non era cosi (abbastanza ) larga: le case erano addossate, quasi a contatto con gli avelli. Poiché il puzzo proveniva da questi, ecco che per indicare un cattivo odore si dice(va) : senti che avello!!”, con buona pace di chi vi ‘risiedeva’. 

Francoeffe

martedì 29 luglio 2014

Tiziano Terzani: ho avuto il privilegio di conoscerlo.

Io l'ho conosciuto così'. (foto di Vincenzo Cattinelli, da: La fine é il mio inizio, Longanesi, Milano 2006)
Credo fosse il 1997 ed un mio amico, Simone Fagioli un Antropologo pistoiese con la passione per le Ricerche impossibili, mi parlò di un suo progetto. In quel momento aveva avuto in affido per studiarlo, un Archivio privato, quello di un carbonaio dell' Orsigna che industriandosi, aveva realizzato una qualche fortuna trasportando il carbone, suo e di altri carbonai, utilizzando il treno e commercializzandolo a Pistoia e Firenze..
Il Fagioli lavorava in uno Studio che realizzava grafica: era un 'graphic designer' e devo dire con qualche vena molto originale nelle scelte stilistiche, ognuna di esse adatta alla committenza..
In estate viveva praticamente a Pontepetri, un fresco paese lungostrada oltre il bivio per S. Marcello e l'Abetone, sulla SS. 632 che da Pistoia porta a Porretta. Simone frequentava la Cooperativa che si interessava e operava per il rilancio della coltivazione e commercializzazione delle castagne della montagna pistoiese. La Cooperativa si era interessata anche del recupero funzionale ed estetico di ben 3 mulini e alcuni metati nei dintorni di Orsigna, utilizzando intelligentemente fondi europei destinati alla salvaguardia della montagna. Uno di questi mulini, bellissimo,  perfettamente funzionante come fu dimostrato in altra occasione che non questa di cui dico.
Il progetto del Fagioli, in collaborazione con la Cooperativa era quello di organizzare un Convegno, forse il primo in assoluto, sui carbonai, evidenziandone operosità, sacrifici e cultura. L' Orsigna era il  luogo ideale per questa iniziativa. I dintorni del paese, fitti di carbonai fin dai tempi antichi, non mostravano nessun disboscamento che non fosse regolarizzato; nessuna 'piaggia' nei boschi a perdita d'occhio. Dunque in definitiva quegli operatori si occupavano anche della manutenzione dei monti boscosi.
Il progetto mi piacque tanto che presi parte all'intera giornata dei lavori. Successivamente fornii anche la foto per la copertina degli Atti del Convegno
Dopo il pranzo, ospiti di alcuni sponsors, eravamo tutti  invitati per un caffé a casa di Tiziano Terzani che non conoscevo. Per arrivarci si seguiva una strada fuori dal paese che si inerpicava sulla montagna. Poco spazio per parcheggiare le auto ma che vista da lass!!. Il meglio che più  non si può. Dalla sua casa.si vedeva d'infilata tutta la vale dell'Orsigna fino a non so dove. Entrando avevo notato alcune piante a terra di Ortensia, un fiore che mi piace in manera particolare. Quelle poi! Mazze nuove  non più piccole del mio pollice, fresche e ben fiorite di quel rosa intenso che a me piace.
Tutta la sua casa era aperta, studio, biblioteca, sale e camere da letto. La sua era in una dependance con cuscini e tappeti, tende e libri in ogni angolo. 'Venite, entrate come a casa vostra', era come al solito seduto a gambe incrociate. Si era ritirato un momento per raggiungerci subito dopo. ,nelle sale per il caffè a cui seguirono digestivi e altri distillati. Nella mattinata aveva già fatto, da par suo, il suo intervento al Convegno, dunque do uscimmo per la ripresa dei lavori era sul cancelletto fatto con pali di castagno a salutare tutti gli ospiti. Quando fu il mio turno salutandolo  gli dissi: 'Maestro, la prossima volta che verrò all'Orsigna passerò a chiederle alcune mazze delle sue Ortensie'. 'Quando tornerai all'Orsigna vieni pure a prenderle, la mia casa non é mai chiusa'. Poi ho saputo che era verissimo; non chiudeva mai la sua casa e non ha mai rammaricato la sparizione di alcunché.
Poi nel tempo l'ho incontrato di nuovo, ancora all'Orsigna: un posto magico e ospitale illuminato da questa originale e forte presenza. Il nuovo ncontro lo racconterò la prossima volta.

La foto della copertina degli Atti
Francoeffe

mercoledì 23 luglio 2014

Assisi


Una Sala Congressi vista da una
cabina per traduttori
Era stato un successo aver conquistato la fiducia di così importanti medici. Naturalmente la maggior responsabilità, favorendomi nella presentazione, se l’era presa il mio amico : lui mi conosceva, avevamo fatto molte cose insieme, dalle Feste de l’Unità alle gare podistiche, al coordinamento di una Commissione Consiliare di Bagno a Ripoli. Il lavoro che mi aveva affidato a Pozzolatico, un po’ per levarselo di torno, un po’ per offrirmi  l‘opportunità di una nuova esperienza, capace di attrarre i figli per continuarla dopo l’ avvio, era delicato come tutti i lavori, ma giocavamo in ambiente protetto e comunque si trattava di un solo giorno di Convegno. Proprio da quello scaturì la commessa per  quello da farsi ad Assisi.
Questo si prospettava come un lavoro impegnativo e duro.
Si trattava di un Convegno di livello Internazionale, con 2 Presidenti – uno dagli USA e uno dall’URSS- e con Ospiti da varie Nazioni. Nel Pool organizzativo che si andava formando era prevista anche la presenza del “Centro Internazionale per la Pace” di Assisi , sotto i cui auspici il Congresso si sarebbe svolto.
Si trattava proprio del Centro di quei tre francescani di Assisi che viaggiavano fra gli Stati del Mondo incontrando i loro Capi di Sato  e di Governo, a perorare la Pace.
Misero a disposizione dell’organizzazione il Logo del Comitato : scusate se è poco.
Offrirono anche la Sede : la Sala Gotica nel Sacro Convento di Assisi. Si impegnarono molto anche per rimuovere gli ostacoli e  convincere il Cremlino a favorire  la presenza del co-Presidente russo, un cardiologo di Mosca (l’altro veniva da Boston). Molti dei congressisti ne conoscevano il lavoro ma quasi nessuno lo aveva incontrato : all’epoca era difficile uscire dall’URSS. Alla fine lo sforzo dei frati fu premiato a vantaggio del Congresso, ma  sopportarono in quei giorni  una neanche discreta presenza di Servizi Segreti di vari Paesi.  
La Segreteria fu posta in una sala del Convento, grande e luminosa. Il personale necessario per la Reception e la Sala fu attinto dai contatti dell’Agenzia. Tutti si dimostrarono all’altezza e oltre.
Per l’occasione fu messo in piedi un meccanismo innovativo per le comunicazioni fra la Segreteria e il tavolo della Presidenza : due computer in linea evitarono il via vai in Sala delle Hostess che potevano distrarre l’attenzione dei Congressisti. Fra le chicche che furono messe in essere la migliore fu sicuramente il Concerto in Basilica Superiore con  “I Cantori di Assisi”, che dopo aver cantato fin’anche alcuni Spirituals, accompagnati dal ritmo delle mani dei presenti, terminarono il programma con il celebre Alleluja da ‘Il Messia’ di G.F. Haendel : un trionfo
Ai congressisti era stata offerta la Cena di Gala nel più importante, raffinato  e caratteristico Ristorante di Assisi. La qualità del menù scelto e del servizio si dimostrarono all’altezza e importanza della serata e degli Ospiti, che terminò con il Concerto in Basilica.
Il successo del Congresso, determinato anche dalle perfette traduzioni in simultanea, si concretizzò nella commessa di un nuovo lavoro, anch’esso internazionale, sul tema della ‘Cronobiologia’ che si sarebbe svolto a Firenze l’anno successivo.
L’ incontro più importante ad Assisi, condiviso con tutta la Segreteria, fu quello con il Custode del Sacro Convento : Padre Vincenzo Coli. Lo incontrammo molte volte. Veniva a trovarci in Segreteria e chiacchieravamo del più e del meno. Lui  vi incontrava  un ateo, un agnostico, uno di religione greco-ortodossa oltre alle tre ragazze assisane che suppongo cattoliche, forse  praticanti. Nessuno si sentì pressato da quella presenza.
Per anni lo abbiamo ricordato come una figura intelligente e discreta, gentile e premurosa.
Nel tempo l’ho incontrato molte volte a Firenze, dove veniva a cambiare aria  in occasione delle Feste natalizie. Le  trascorreva  aiutando i conventuali della Basilica fiorentina di S. Croce nelle confessioni e funzioni.
Dopo il periodo trascorso a Firenze dove l'ho ancora incontrato adesso  é a San Miniato Basso dove andrò a trovarlo a breve..

Francoeffe