Attualità e Cultura, Ironie e Fantasie, Arti e Scienze, Musica e Spettacoli, Incontri e ...



lunedì 29 luglio 2013

Una sera al Campo di Marte



Era una calda sera di inizio settembredel 1975 : la leggera brezza mitigava appena un po' il calore accumulato dalle assi della tribuna esposta a tutto sole fin dal mattino. Era in corso lo svolgimento della 'Festa dell'Unità' al campo di Marte di Firenze. Quella sera c'era il concerto del 'Canzoniere Internazionale', un complesso che faceva un repertorio di Canti popolari  e di lotta di ogni parte del mondo.
La tribura prefabbricata era stracolma di gente venuta da molte parti ad ascoltare il gruppo guidato da Leoncarlo Settimelli e le sue canzoni.
Nella fila davanti a noi c'eramo 3 ragazzi che individuammo subito per spagnoli. Fra noi c'era Vittorio che era stato, diversi anni prima, in viaggio di nozze in Spagna : '... sono spagnoli, ci puoi scommettrere'. Alla fine forono interpellati e fra una canzone a l'altra scambiammo alcine parole : erano della città di Valencia, due erano in coppia, Davide e Maria, l'altra ragazza era una comune loro amica. Fra italiani e spagnoli non è difficile intendersi anche se non si conosce la lingua.
Il Canzoniere Internazionale terminava le sue esibizioni cantando con tutto il pubblico appositamente sollecitato, che lo cantava in piedi e con il pugno chiuso, l'Internazionale, il vecchio canto caro ai comunisti di ogni epoca : noi non facevamo eccezione! Ma fu proprio qui accadde quella cosa stranissima.
Gli spagnoli, che fino a quel momento avevano dato segni di gradire il repertorio, anche di divertirsi molto, dopo poche note di questo vecchio Canto si abbracciarono piangendo come fontane, tanto che riuscirono  a pronunciare solo poche parole della canzone.
Noi fra lo stupito ed il curioso al termine del Canto chiedemmo loro conto di quell' atteggiamento.
"Per noi , che siamo comunisti in clandestinità in Spagna, non solo non è possibile cantare, ma neppure ascoltare i Canti.che abbiamo ascoltato con voi.  Stasera abbiamo acsoltato in pubblico l'Internazionale e addirittura cantato. Una gioia infinita!". Il senso della simpatia era già scattato durante il Concerto; adesso era scoccata l'amicizia che dura tutt'ora, dopo quasi 40 anni.
Decidemmo che non era il caso di dare loro il passaggio richiesto fino all'Ostello di Camerata. Vittorio disponeva di una stanza nel giardino, dove potevano sistemarsi comodamente. Era stanza di rimessa, una rimessa, ma pulita e fresca. I sacchi a pelo li avrebbero stesi in un  luogo protetto e amico.
I giorni successivi li accompagnammo a visitare le meraviglie di Firenze : palazzi e chiese; strade storiche e paesaggi dei dintorni della città. L'ultimo giorno li accompagnai al Mercato Centrale : volevano offrirci una cena catalana per sdebitarsi. Lavorarono tutto il giorno fra le preparazioni e i fornelli : Sangria e tortillas, insalate ed altri piatti uscivano dalla cucina che Cristina aveva messo a disposizione per la serata.
L'indomani fra abbracci e lacrime promettemmo di ritrovarci  " qua o o la, ma ritroviamoci"!
 Ciò è avvenuto 8 volte nel tempo : tutte occasioni magnifiche e irripetibili. L'utima volta 3 anni fa : dopo una cena in pizzeria, alla quale parteciparono altri amici per fare loro maggior festa, un brindisi a casa mia con il 'prosecco' che a Neri arriva direttamente da un produttore della Marca trevigiana.Un paio di foto e via!
Il rapporto con questi amici fraterni mi ha permesso di presentargli una giovane e cara amica di Firenze, che sarebbe andata a studiare Architettura a Valencia con il programma Erasmus. Ha trovato supporto e amicizia fraterna traendone vantaggio per i suoi studi. Gli amici di Valencia, bene inseriti nella società cittadina, l'hanno potuta presentare a loro volta nell'ambito universitario.
Chissà quando capiterà di incontrarli ancora? Io spero presto!




Francoeffe



sabato 20 luglio 2013

LA PRANOTERAPIA, by Renzino

A un vecchio amico, Renzo, ho chiesto un contributo per descriverci una materia che lui conosce molto bene, per averla utilizzata prima e praticata poi : la Pranoterapia. Sarà interessante cercare di capirne il concetto con questo articolo che, seppur non completamente esaustivo, permette tuttavia di avvicinarci alla materia. Leggiamo cosa scrive.
Nell’anno 2000 soffrivo molto per una serie di coliche renali causate da calcoli rilevati con una ecografia. Qualcuno mi indirizzò da una certa Gianna, una pranoterapeuta che aveva lo studio a Firenze.
Dopo alcune sedute Gianna mi “sciolse” i calcoli riducendoli in polvere che in seguito avrei dovuto espellere per le vie urinarie. Con una successiva ecografia di controllo fu rilevato che i calcoli non c’erano più. Io non mi ero accorto neppure che avevo espulso la ‘renella’ e non avevo sofferto come invece mi aveva raccontato qualcuno che per espellerla aveva sofferto molto. Da quel fatto cominciò la mia curiosità per la pranoterapia, perciò mi documentai sull’argomento leggendo alcune pubblicazioni. Per la verità ho sempre pensato di avere una predisposizione a fare dei massaggi. Una mattina nello spogliatoio del posto di lavoro, ad un collega che aveva forti dolori alla spalla e al collo, mi offrii di fargli un massaggio. Al termine mi disse che le mie mani erano talmente calde che aveva temuto una scottatura ; infatti le parti sottoposte al massaggio erano arrossate come se fosse stato schiaffeggiato. Rimasi senza parole e con il dubbio che forse potevo aver combinato un guaio.
Qualche tempo dopo la mia compagna accusò un forte dolore ad una gamba : sul momento sembravano sintomi di sciatalgia. Ponendo le mani in modo speculare ( una sopra e l’altra sotto) sentii come una scarica elettrica che mi lasciò di stucco, ma il dolore scomparve.
In seguito seppi da un amico che a Siena si facevano corsi per pranoterapeuti e insieme alla mia compagna lo frequentammo per quasi un anno. Al termine ricevetti un attestato alla fine che mi permise di aprire uno studio in paese. Sono state molte le soddisfazioni, ma la più grande che porto nel cuore è stata quella di aver trattato un bambino di tre anni ( figlio di un carissimo amico) che aveva alcune intolleranze alimentari. Questo aveva un fratello maggiore che invece mangiava di tutto : tutti i giorni era la guerra.  Non so quanto di mio ci abbia messo e quanto abbia fatto madre natura, il risultato è stato che quel bambino dopo il trattamento ha mangiato di tutto, tanto che è cresciuto e  diventato un ragazzone con tanto di 46 di scarpe.
Un ricordo al limite del comico è quello di una signora che aveva un forte dolore ad una spalla. Venne allo studio accompagnata dalla figlia poco più che ventenne, che voleva controllare cosa facevo alla madre. La madre sottovoce mi disse che la figlia studiava medicina : da ciò la curiosità. A sua volta aveva dei forti dolori mestruali di cui si riguardava a parlare. Dopo avere rifiutato molte volte la mia proposta si convinse a provare le mie applicazioni.
In una sola seduta il dolore scomparve e la signorina se ne andò  con un’aria tra lo stupito e il diffidente. Non è più ritornata per accompagnare la madre.
Ma adesso vediamo cos’è la pranoterapia.
Premesso che tutti abbiamo una energia interna, chi più e chi meno, questa viene indirizzata verso la fonte di dolore o di infiammazione per alleviare e togliere questi sintomi e cause. Si opera appoggiando semplicemente le mani sulla parte interessata e su altri organi. La pranoterapia non è miracolosa : non guarisce da tumori (qualche disonesto ci specula sopra ) ma risolve molte situazioni, prime fra tutte lo stato d’ansia, il nervosismo, la depressione e un tutte le patologie che hanno come sintomo il dolore. Per esempio, quando un bambino cade, la prima cosa che fa la mamma dopo averlo rialzato è quella di mettere una mano dove ha battuto. Quella mamma non si rende conto che sta trasmettendo energia che, se ne fosse ben dotata, farebbe passare il dolore al bambino. La pranoterapia ha inoltre questo enorme vantaggio: non fa danni in nessun modo.
Durante il corso facevamo degli “allenamenti” dimostrativi, il più vistoso dei quali consisteva nel tenere tra le mani un pacchetto di sigarette per cinque minuti. Alla prima boccata di fumo il malaugurato fumatore era talmente schifato dal sapore che buttava via la sigaretta. Conservo ancora un’arancia che ho tenuto fra le mani per cinque minuti tutte le sere per quindici giorni ; si è essiccata completamente, non si è putrefatta tanto che dentro si sentono ancora ballare i semi.
Se pongo un paziente in piedi davanti a me ad occhi chiusi e gli pongo le palme delle mani all’altezza delle sue tempie, senza toccarlo minimamente, quando le sposto verso di me il paziente si inclina nella mia direzione e si ripone in maniera verticale quando riporto le mani nella posizione originale.
Quando ad un paziente supino e rilassato al massimo, gli si appoggiano le mani alle tempie e con molta concentrazione, si può riuscire a fargli muovere un dito, una mano o un piede. Questa pratica si chiama ‘telecinesi’.
Una sera all’inizio della lezione, una compagna di corso arrivò con un ascesso grosso come una noce, era stanca, dolorante e mi chiese di mettere la mano sulla sua guancia. Per poterla aiutare riuscii a farla rilassare molto tanto che la ragazza si appoggio alla mia spalla e si addormentò. Alla fine della lezione l’ascesso era completamente scomparso.
Durante il Corso fummo anche iniziati all’uso del pendolino, che non è una baggianata o una truffa. L’uso del pendolino, che deve essere un oggetto assolutamente personale, prodotto con materiale metallico o – meglio – di quarzo, ha bisogno della massima  concentrazione del pranoterapeuta, comunque da chi lo usa, che deve entrare in perfetta ‘sintonia’ col pendolo, che diviene come il prolungamento della sua mano.
Il pendolino indicherà “si” girando per un verso e “no” girando al contrario. Per fare un esempio pratico : in un clima di massima rilassatezza e concentrazione e dopo essere entrato in sintonia con il pendolino, l’operatore gli chiederà mentalmente se il bicchiere postogli davanti (che sarà pieno a metà) è completamente pieno, oppure del tutto vuoto. Il pendolino inizierà a girare per un verso. Se gli verrà posta la domanda al contrario girerà nel senso opposto.
Questo fenomeno lo spiego così : siccome  l’occhio vede il bicchiere pieno, il cervello lo registra e senza che me ne accorga fa muovere la mia mano impercettibilmente facendo girare il pendolo per un verso. Ma non è tutto : mettendo sotto un bicchiere capovolto di plastica una moneta, confondendolo con altri bicchieri, il pendolo indicherà sotto quale bicchiere è nascosta la moneta. Anche nascondendo un oggetto in un appartamento, del quale è stata disegnata una pianta anche a mano libera, il pendolo opportunamente interrogato, che risponderà con un si o un no, indicherà in quale ambiente si trova l’oggetto.
Ancora : il pendolo può indicare anche un punto del corpo dolorante o che abbia carenza energetica su cui potrebbe intervenire il pranoterapeuta, ma il trainer del corso sconsigliò questa pratica : avremmo corso il rischio di essere considerati dalla gente autentici stregoni o millantatori incalliti.
Con questo articolo spero di aver chiarito qualche dubbio e il lato oscuro di questo argomento.
Renzino –Alfa 10 -


a cura di Francoeffe


domenica 26 maggio 2013

SATURNO

Dal blog di un amico, che mi consente di pubblicarlo, ecco questo suo contributo.
Laureato in Medicina e Chirurgia, adesso studia intensamente per la specializzazione. 
E' un appassionato di Fisica e di Astronomia e nel tempo libero studia e 'legge' il firmamento con passione e competenza. Si avvale di alcuni (solo alcuni ?) strumenti ottici che cita e descrive nei post che pubblica sul blog, forse attingendo all'esperienza degli articoli scientifici, che potrebbe avere studiato per la sua formazione, che sono aperti, dopo il titolo e gli Autori, da : 'Materiali e metodi'.
L'ho conosciuto tramite un suo post ad un articolo riguardante la Ricerca che adesso conduco : 'L'affondamento della m/Nave 'Paganini', di cui cerco soprattutto i superstiti ed i salvati dal naufragio, o le loro famiglie. Suo nonno era a bordo e si salvò senza molti danni : alcuni giorni di ricovero in un Ospedale in Albania lo rimisero a posto. Scambiandoci notizie su quei fatti siamo venuti a conoscenza dei rispettivi blog e ci siamo scambiati info, notizie e commenti. Da inesperto della materia, ma affascinato dagli argomenti che Nunzio - questo il suo nome, come suo nonno  -  studia, gli ho chiesto di poter pubblicare il seguente.  

SATURNO

Il 18 Giugno 2012 ho finalmente portato il Dobson 12"sotto un cielo un po' più buio del solito sito casalingo, per provare qualche timida ripresa di Saturno. Meteo.Blu dava un seeing index scarso (2 arcsec)...in aggiunta, mentre arrivavo a destinazione, ho visto la collina di fronte al mio sito andare a fuoco (bastardi piromani!!!!)... E giù con le imprecazioni... ! Tuttavia, dopo aver stazionato ed allineato il pargolo, ho deciso di provare ugulamente a riprendere. Diciamo pure che mi sono dannato: ho portato la focale a 3000mm con la Barlow Ts 2x, ma, ogni volta che montavo la 3x, non vedevo più un fico secco... ed infatti non ho fatto riprese con la 3x . Non ho capito come sia potuto succedere ma l'ipotesi più plausibile è che non centrassi bene il pianeta sul sensore, altrimenti, il tutto non si spiega. Dopo vari tentativi, con allegate sfuriate, ho desistito. Il seeing era peggiorato e la trasparenza era martoriata dal fumo che si era sparso nell'aria per l'incendio.
Comunque, per farla breve, ho fatto una decina di filmati e ciò che son riuscito a portare a casa è uno scarno bottino: non credo che sia stata solo colpa del seeing, ma anche della mia scarsa esperienza: da un 12" mi sarei aspettato ben altro... Tuttavia, sono contento, perchè questo resta pur sempre il mio primissimo Saturno:


Dobson Sw 12" auto
Neximage + IR/UV-cut

Ripresa di 120 sec 10fps con gigiweb
Adu 185
Somma di 600 fotogrammi con Avistack2
Eaborazione R6+PS

a cura di Francoeffe

La testa di Berta


In tutte le città, all’alba, c’è  di solito e da sempre   un gran via vai : gente che entra e gente che esce dalla città. Escono viaggiatori e commercianti. Altrettanti ne entrano : i primi di passaggio, gli altri cercando di vendere le loro mercanzie. Specialmente nei giorni di mercato.
C'è chi giura che sia la testa di Berta
Fra quelli che vi entravano di buon’ora, e ciò ogni giorno dalle campagne intorno alle città – nel nostro caso intorno a Firenze -, erano assai numerosi gli ortolani : quelli dei piani intorno  a Ponte a Greve e Peretola, con cavoli, insalate e biete; quelli intorno Ripoli e Rosano con splendida frutta; dalle colline con prodotti freschi di ogni tipo.
Naturalmente si entrava e si usciva solo quando le porte della città erano aperte : ogni periodo aveva i suoi tempi di apertura e chiusura. Ma benché tutti gli interessati sapessero bene gli orari, non era male segnalarli, specialmente quello della chiusura. Chi doveva uscire dalla città o rientrare dalle campagne non gradiva trovare le porte chiuse. Ci pensò Berta, erbivendola – forse perché talvolta rimasta chiusa in città - :  regalò alla chiesa di S. Maria Maggiore, sulla direttrice che portava fuor di Firenze, verso Peretola, Prato e Pistoia, una campana da suonarsi in prossimità della chiusura delle porte per avvertire che era arrivata l’ora di  affrettarsi ad uscire dalla città.
La chiesa si dice fosse  costruita sulle muraglie dell’acquedotto che, da Monte Morello riforniva d’acqua  le Terme romane che erano nei pressi del ponte Vecchio. La chiesa sorge nei dintorni di una porta in direzione nord-ovest, che con l’ampliamento della cerchia aveva preso il posto della vecchia porta Aquilonare dell’antica cerchia romana,  poi porta al Vescovo. In questa antichissima chiesa vi è la tomba di Brunetto Latini, maestro di Dante che gli dedicò questi versi :

”Che in la mente m’è fitta, e or m’accora,
la cara e buona imagine paterna, 
di voi, quando nel mondo, ad ora ad ora,
m’insegnavate come l’om s’etterna”.

 A ricordo della donazione di Berta fu posta, in una nicchia del campanile scapitozzato a causa della sua instabilità, la testa di una statua romana.  
E’ sempre li nella nicchia, che aspetta conferma della leggenda.

Francoeffe

domenica 5 maggio 2013

L' osservatorio al Fontanile San Vincenzo


La richiesta di andare a smontare l’osservatorio della Scuola di Artiglieria di Bracciano, ove facevo la Leva, al fontanile San Vincenzo, non poteva assolutamente sfuggimi. La giornata era magnifica. La noia mi avrebbe sopraffatto nella Caserma Montefinale. Uscire all’aperto era, per me e gli altri amici, la nostra più grande ambizione. Non per andare a faticare  : mica scemi! Per uscire, per impiegare il tempo. E poi in quella bella giornata… Non l’avremmo persa per nulla al mondo! Avremmo smontato l’osservatorio di Artiglieria dopo tre giorni di esercitazioni a fuoco.
Io, Guido e il povero ‘Billone’ eravamo pronti in un batter d’occhio. L’autista , un caporaletto, era anche il capo-macchina. Era luglio, sotto la tuta da lavoro solo le slip. Sicuramente avremmo lavorato e sudato a smontare, caricare tutto il materiale e dopo a scaricarlo. Ma avremmo soprattutto preso aria e sole. Saremmo stati solo noi 4, con il lavoro da fare ma senza fretta..
Carlo, avendo saputo della spedizione, mi affidò 2 borracce da riempire al fontanile : a sentir lui –stitico della forza di 100 cavalli- era un’acqua miracolosa dal suo punto di vista : “Portami l’acqua della felicità!”, mi disse. 
Lavorammo quasi nudi, sudati ma felici dell’aria sulla pelle e della relativa libertà. Anche l’autista aiutò nel lavoro. Un cielo limpido, un sole a picco come ce n’erano pochi. In fondo, all’orizzonte, una piccolissima nuvoletta bianca in avvicinamento.Come sulle Dolomiti, in particolare sul Sass da Pucia, basta contate fino a cinque ed ecco la nuvola sopra di noi, uno scrocchio, due tuoni e giù : acqua a catinelle. Il camion senza telone, il terreno in discesa su cui correvano non proprio dei rivoli d’acqua : un macello!! Il materiale , tavoli, tende, sedie ecc…, si asciugò nei giorni successivi.
Avevamo salvato le tute ricoverandole subito nella cabina. Ma eravamo mezzi, le scarpe meglio non everle avute ai piedi, ma il terreno sassoso le pretendeva. Bisognava rimediare qualcosa. “Vedremo a Monteromano, tanto è da li che si deve passare”.
A Monteromano cercammo il vinaio da cui altre volte…. Vendeva anche frutta. Con  un paio di boccioni di vino bianco, bello e fresco,  comprammo un bel po’ di susine : erano Claudie. Le divorammo sulla via del  ritorno : i sacchetti con la razioni-rancio erano fumati alle 12,00.
Sul  camion scoperto finimmo di asciugarci. Il vino dei 2 boccioni funzionò sicuramente da anti-qualche-cosa.
Di certo nessun di noi prese il raffreddore.
Neppure l’autista, che  per fortuna era astemio!! 

Francoeffe

mercoledì 24 aprile 2013

Ancora un Medico Pittore. 3° post

L'ultimi dei medici che presento, fra quelli che parteciparono alla collettiva loro dedicata è Nicola Jannucci, dermatologo, ancora una volta con la composizione di Alberto Presutti.



Colori,
energetici ed eccitanti
nell'armonia leggera
preziosa e policroma
che il pittore
raggiunge con sforzo
e creatività.
Anse e golfi
mare come costante
come liberazione dall'oppressione
come senso di vita.




 I 1000 colori della primavera - acrilico 20 x 30

a cura di Francoeffe

sabato 20 aprile 2013

Il vinaio di Colle val d'Elsa


Ancora non lavoravo, avevo 13 anni e pensai di passare un po’ di tempo dagli zii a Castelnuovo Val di Cecina. Ero si lontano da casa, ma si trattava di passare un po’ di tempo con gli zii del cuore : il Bibi e la Marcella. Avrei trovato anche le cugine con le quali ero cresciuto e la nonna. Sarebbe stata una pacchia.
Lo zio lavorava come guardafili alla Romaval, una società derivata dalla fusione di 2 Sociertà elettriche : la Romana e la Valdarno, per la gestione delle linee dell’alta tensione.
Una bella casa nuova all’inizio del paese, dove abitavano con le famiglie della squadra. Un caposquadra, un autista e tre operai, chi emiliano, chi aretino, chi locale e chi fiorentino. Diventare il coccolo della squadra e invitato negli altri appartamenti fu cosa di una settimana. Franco qua, Franco la. Oltretutto mi prestavo a far piccole commissioni. Poco dopo tempo entrai, si fa per dire’ a far parte della squadra. Si partiva la mattina con la borsa piena di cose da mangiare (e da bere) e si rientrava a sera. 
Quando non si faceva manutenzione agli ‘stradelli’, i viottoli sotto le linee da 220.000 volts, si percorrevano per controllare che tutto : fili, tralicci, isolatori e gli stradelli stessi fossero a posto.
Col tempo ho percorso tutta la linea affidata a questa squadra : da Colle val d’Elsa a Paganico, attraversando posti meravigliosi, ammirando paesaggi incredibili : dai boschi delle colline pisane alle zone sotto il livello del mare della maremma. L’autista lasciava gli operai in posti stabiliti e li recuperava ad una certa ora in altrettanti luoghi stabiliti.
A certi contadini, molto isolati e distanti dagli abitati, con i quali eravamo d’accordo, portavamo sale e fiammiferi, in cambio di una sosta rinfrescante e di un fiasco di vino. Scambio alla pari!
Fra i posti più belli visitati mi piace ricordare Casole d’Elsa, Montigiano, Montieri, Gerfalco, Paganico, Volterra, Larderello e molti altri. Capitava anche di guadare fiumi e torrenti : Cecina, Pavone ecc…
Quando veniva fatta la manutenzione degli stradelli era l’occasione per rifornirsi di legna. In questi casi si agganciava il carrello alla Campagnola e si rientrava carichi. Di tanto in tanto c’era anche la necessità di rifornirsi di vino : un viaggio col carrello al seguito  soddisfaceva le necessità di tutti. Il fornitore della squadra era a Colle val d’Elsa.. Saprei ritrovare il magazzino ancora adesso. Si arrivava con i panini e il vinaio ci offriva da bere a volontà. Del resto si usciva con almeno 4 damigiane! Dunque un affare per lui.
La gran fortuna della squadra era che l’autista era astemio!!

Francoeffe

Quando la devozione è grande


Il Tabernacolo detto 'del Madonnone'
A Firenze, sulla via Aretina, c’è un grande e bellissimo Tabernacolo del ’400, da non molto tempo restaurato. 
Fu edificato all’inizio di un viottolo che fra i poderi dei frati Vallombrosani, conduceva alla loro Chiesa di S. Salvi (Saint Sauve o Salvy) Vescovo di Amiens nel VII° secolo. La fondazione di questa chiesa pare si debba ad un fatto prodigioso : due pellegrini francesi intendevano portare in  un sacco le reliquie del Santo a Roma. Fermatisi a dormire il luogo chiamato Paratinula, fuori dalle porte di Firenze, sulla via per Roma, al mattino non furono capaci di sollevarlo a causa del suo accresciuto peso. Il segno fu interpretato come la volontà manifesta che le reliquie dovessero restare nei pressi di Firenze. Anche il Vescovo di Fiesole, che accorse, fu d’accordo perché li si edificasse un oratorio dedicato a San Salvi. Sicuramente c’entrava anche l’ammirazione del popolo verso Carlo Magno, dalle cui terre proveniva. Dante, del resto, credeva che dopo la distruzione di Firenze da parte di Attila ‘flagello di Dio’, la città fosse stata ricostruita dall’Imperatore “…dalla grande barba fiorita”. In realtà la città, in stato di profonda decadenza anche per le violente inondazioni cui era sottoposta a causa della mancata regimazione dell’Arno, rifiorì proprio al tempo di Carlo Magno. I proprietari del terreno detto “Paratinula”, Piero di Gherardo e Lando di Teuzzo, nel 1048, ingrandirono l’oratorio, che man mano si trasformò in un monastero, che affidarono ad una comunità di benedettini, grandi lavoratori e capaci di bonificare le terre circostanti su cui lavoravano per ricavarne sostentamento. Fu affidato infatti alla comunità vallombrosana di San Giovanni Gualberto, una regola da non molto tempo fondata.
Ma torniamo al tabernacolo.   
Questa immagine, splendidamente affrescato da Lorenzo di Bicci,  “Madonna in Trono col Bambino con Angeli e Santi”, a ragione della grandezza dell’immagine è chiamata da sempre ‘il Madonnone’. Come la cupola del Duomo è chiamata Cupolone. Non c’è errore di genere fra ‘cupola’, che è femminile e ‘cupolone’ nome accrescitivo maschile. I fiorentini usano anche in altri casi questa ‘confusione’ di generi :  per esempio  i fiorentini definiscono  una donna grande ‘un donnone’.
Firenze è una città devotissima alla Madonna. Oltre al ‘Madonnone’, ci sono  almeno un centinaio di altri Tabernacoli a Lei dedicati. 

Francoeffe

venerdì 19 aprile 2013

Le 'Macchine' del Fagioli


Conobbi Simone quando lavorava come abilissimo esperto di grafica-computer. Con lui composi vari lavori che servivano al 'Pascò' : inviti, reclame, depliants ecc ...
Dopo lo seppi scrittore, sceneggiatore, drammaturgo, antropologo e ricercatore di storia locale, di quella che si dice 'minore', senza la iniziale maiuscola. Adesso lavora e agisce nell'ambito dell'archivistica. Ha iniziato gestendo alcuni archivi privati del pistoiese, primo fra tutti quello di un carbonaio, un personaggio che ben presto si rese conto della potenzialità dei mezzi di trasporto e della razionalizzazione del lavoro.
Sull'argomento dei carbonai organizzò anche un Convegno all'Orsigna, a cui parteciparono eminenti studiosi, che Tiziano Terzani volle incontrare nella sua casa per un caffè.



S. Fagioli 'Macchina' -1997

a cura di Francoeffe

mercoledì 17 aprile 2013

I 'matinè' del collega


Non c’era verso. Non c’era verso di usare il bagno dalle 7,45 alle 8,00 di ogni mattina.
Io, ad esempio, mi alzavo alle 6,30 per andare al lavoro all’Isolotto. Dopo oltre 1 ora dall’alzata dal letto, spesso c’era la necessità di tornare al bagno, a pisciare. Niente!! C’era un collega che come ogni mattina lo occupava in quell’orario cruciale, immediatamente prima dell’entrata al lavoro. Vi entrava col giornale acquistato all’edicola all’angolo e se lo leggeva seduto sulla tazza : chissà! 
A regola la lettura  di quel giornale, ‘La Nazione’, concilia la cacca!! Ed è vero!!
Nonostante il rito quasi giornaliero di lazzi e frizzi al suo indirizzo, il collega non si scomponeva per niente. Ogni mattina al bagno col giornale, dicendo a tutti noi della sua impellente necessità.
Finchè… Un giorno io e il Piccio si pensò ad uno scherzo. Il giorno prima preparammo il necessario : un tubo di gomma lungo abbastanza; un palo per fermare la porta. Il bagno di circa 1,20 X 1,20, non aveva il soffitto ed era accanto ad un ‘altra stanzetta, provvista di lavabo con acqua calda e fredda, che serviva da spogliatoio. Arrivammo presto e preparammo il tubo attaccandolo al rubinetto dell’acqua calda della stanzetta. Prima di indirizzarlo verso il WC, facendolo passare in alto e fermatolo con dei pesi per non farlo scivolare via, facemmo scorrere acqua calda perché all’occorrenza venisse subito in temperatura.
Come al solito il collega ci trovò a fumare nel cortile e chiacchierare delle partite e di altri fatti quotidiani. Col giornale sotto il braccio – non in mano, no – ma piegato e sotto il braccio, entra come al solito nel WC. Un lampo : si blocca la maniglia della porta con il palo predisposto e si apre l’acqua girando velocemente tutto il rubinetto. Il tubo, già indirizzato verso la parete dietro alla tazza, con la spinta della pressione, non gli lasciò scampo  : ‘Buhaioli’, la bruciaaa’. In realtà era solo calda : era si calda bene, ma battendo nel muro gli arrivava addosso a spruzzo, con poca consistenza.
La porta bloccata, poi, fece il resto. Gli dette il senso della trappola, da cui gli  urli : ‘Buhaioliiii…’.
Non cambiò per questo le sue abitudini. Il giorno dopo, però, vi entrò con molta circosezion.
Ma sempre col giornale sotto il braccio.

Francoeffe

Il contributo di un altro amico.


CON UNA ROSA

Non avrei mai immaginato che il lasciarmi scivolare sulle sabbie ardenti del mio deserto potesse provocare una tempesta in un cuore gonfio, come quello che spingeva coi suoi battiti potenti un petto svuotato di un uomo che si sentiva eroe. Quest’uomo era tale, perché sopravvissuto al tentennare dei sentimenti di un popolo intero. Il suo popolo! Che era arrivato ad arginarsi in un virgulto di piccoli villaggi sperduti tra le montagne dell’Atlante. Un suono lontano permetteva di immergersi nel mulinello potente di un vento lontano, trasportatore di una finissima sabbia e di mille profumi di spezie: coriandolo, curcuma, cardamomo e cumino per arrivare fino a quelli delle rose del giardino del re, che si espandevano prepotenti anche dove non c’era nessun segno di vita e di segnali profondi, come in un deserto assolato.
Ciò che mi permetteva di sognare erano proprio le dune che scalmanate, si lasciavano ondulare dalle brezze roventi e giallastre e che facevano immergere il mio corpo in un turbinio di echi lontani.
Il corpo di una ragazza era adagiato, in posizione supina, sul cammello che col suo pennacchio, superstite di grandi feste e libagioni, dava segnali di colore con un giallo dorato, senza pietà della sabbia eterna. Il leggero grugnito del nobile animale trasmetteva solo un dissenso profondo per un’inutile tormenta che nasceva, non solo dalla terra e dal cielo ormai carico di sabbia, ma dal cuore ammalato di uno spirito ribelle e solitario, che fino ad oggi aveva sempre trovato il suo grande trofeo di vittoria nella fantasia assoluta e nel dormire tra foglie verdi e colorate d’immensi alberi di sogni e di tremori intensi che nascevano dalle sue viscere potenti e ancorate saldamente a ogni muscolo e a ogni residuo di anima ispirata.
La schiena dell’uomo era carica di un bagaglio d’immensità e di felice sintesi, tra un umore portato alla gioia e un profondo dolore, utile perché consapevole, che gli faceva da vigile guardiano di una realtà senza spazio né tempo. Il suo sorriso era beffardo ma le sue mani asciugavano volentieri le poche gocce di saliva che usciva da una bocca screpolata e che non voleva più raccontare storie di segreti e di misteri. Il corpo di lei era felicemente incuneato tra le nobili gobbe dell’animale, che si lasciavano massaggiare dal carico di preziosa acqua e di forza immensa. Una resistenza che era simbolo di qualità infinite; un’allegoria d’immagini del senso di esistere e del connubio mai spento tra uomo e animale.
Le labbra della fanciulla erano socchiuse in un sorriso e i suoi occhi si lasciavano ispirare dai colori del cielo; distesa si caricava di milioni di granelli teneri e roventi e il profumo delle sue membra non abbandonava le pieghe delicate del suo corpo dipinto. Non uscivano suoni dalla bocca e non si sentivano per chilometri i racconti e i sospiri dell’uomo, che diligente non perdeva la cognizione dello spazio; non si scordava la strada percorsa e non si lasciava ancora rapire dal dubbio di chi sa da dove arriva e non ancora dove vuole andare.
L’intercedere lento e deciso del cammello era un piacevole assolo di suoni lievi e sordi come quelli dei suoi zoccoli sulla sabbia spessa.
La fanciulla restava adagiata sull’animale mentre dritto con se stesso, l’uomo rimuginava promesse d’amore e comunque eterne; non finivano le lacrime per un passato molto vicino e che purtroppo aveva lasciato spazio solamente a ricordi e pensieri oscuri.
La sua mano inanellata si protese verso il corpo elegante della fanciulla; l’uomo bisbigliò poche parole e una lacrima percorse il suo volto forte. La fanciulla non perse il suo lieve sorriso e i suoi occhi cominciarono stranamente a perdere la luce e un sibilo uscì dalla sua bocca carnosa.
L’uomo si fermò, mentre il disco del sole lo trasformava in un’ombra dorata e ogni ruga del suo corpo, divenne un muscolo attivo e il suo respiro prese un ritmo concitato. La figura di donna sul suo cuscino di fiori, tra il calore del sole e quello dell’animale ansimante, cominciò a cambiare di colore; dal colore candido comparvero piccole gocce di un rosso intenso che presero la forma di grandi petali. Il suo corpo cominciò a sciogliersi al vento, partendo dai suoi piccoli piedi calzati d’oro; ogni cellula e ogni tessuto si trasformarono definitivamente in petali rosso fuoco e nel suo complesso apparve una rosa che si faceva rapire dal vento. Piano piano la fanciulla si disperse completamente nell’aria carica di colore, scomparendo agli occhi ormai non più sorpresi dell’uomo.  Il cavaliere ebbe solo la forza di conservare un’ultima carezza sul volto della fanciulla prima che scomparisse definitivamente il suo sorriso. Le sue mani riuscirono a catturare un’ultima manciata di petali rossi e vellutati e dopo aver esitato per qualche secondo, aprì il proprio palmo regalando al vento l’ultimo soffio di una vita spezzata precocemente.
Il cammello lanciò un suo grugnito e riprese la sua danza lenta tra le sabbie dorate e i sorrisi spenti. Il chiarore del tramonto dette un grande bacio alla poesia di un uomo che aveva perso tutto, ma aveva ricominciato a camminare e a cavalcare un’esistenza, tra le dune e i respiri di tante oasi abbandonate e dimenticate.

Luigi Ciampolini
06 04 2013

a cura di Francoeffe

Passe-partuot


L'uomo in giacca 1965 -  Disegno su cartoncino 16x21
Dopo finito di mangiare di solito uscivo a prendere un po' d'aria. Nel tegamino la mamma mi metteva di tutto : pasta asciutta, di sotto, nella parte più grande; in quella più piccola di sopra capitava che spesso trovavo la rimanenza dalla cena della sera prima.
Quando uscivi salivo le ‘rampe’ e mi perdevo a guardare il panorama dal Piazzale Michelangelo : il Duomo, Palazzo Vecchio, la Badia, Santa Croce mi erano familiari. Seguendo il verde dei viali di circonvallazione, mi immaginavo il cerchio delle mura di Arnolfo. Altre  volte e a seconda della stagione,  mi mettevo a prendere il sole sugli scalini della torre : l’ antica Porta San Niccolo’, proprio di fronte alla vasca dove la mamma raccontava che per riprendere una barchetta, lo zio Gigi ci cascò dentro. Pari, pari!! Altre volte restavo a leggere i romanzi gialli della serie di Mondadori : Rex Stout, Aghata Christie, ecc… Il principale però me lo diceva sempre : “..Non perder tempo a leggere i gialli. Impegnati a studiare, magari una lingua. In codesto modo sciupi il tuo tempo e non impari gran chè!” A quel tempo mi pareva di aver studiato anche troppo : nel 1952 avevo chiuso la carriera scolastica con la licenza Elementare!!
Quel giorno ero rimasto a leggere. Toc, Toc. Apro la porta ed un signore, dall’aria timida e incerta, mi dice di aver bisogno di una 50ina di passe-partuot : alle 16 inaugurava una mostra di xilografie a Santa Croce. Il principale a cui spettava decidere se e a che titolo fare questo sia pur piccolo lavoro, era già passato. Non si sarebbe rivisto che dopo le 17. Alle 16 c’era questa mostra : i tempi non coincidevano. Non avevo idea del valore del lavoretto, ma decido che anche se fatti gratuitamente, la ditta non sarebbe andata in rovina, per 50 pezzi della misura di 17 X 25 ca. Dopo avere spiegato questo al signore, che intanto sarebbe andato nella trattoria li vicino a ’..mangiare qualcosina..’, lo  invito a ripassare verso le 14,30. Li avrei fatti sacrificando il mio tempo di pausa.
Monto la fustella, taglio il cartone e li faccio. Alle 14,30 eccolo a prenderli. Aveva per le mani un foglietto della stessa misura dei passe-partuot. “Non so come ringraziare. Addirittura gratis, poi. Se mi permette, vorrei darle questo disegnino che ho fatto per lei”. Mi porge il cartoncino : un uomo a mezzo busto in giacca. Disegnato con una ‘biro’ a 4 colori, con il bavero ombreggiato con il vino rosso, quello della tavola. E firmato : Silvio Loffredo.

Francoeffe

martedì 16 aprile 2013

Al M° Paolo Lantieri

"Prime ombre" olio su tela 100 x 100

a cura di Francoeffe
Mi piace ricordare la mostra del M° Lantieri, non fosse altro che per la vivacità dei suoi lavori, che resero ancor più brillante il 'Pascò' nei giorni dell'esposizione.
Paolo Lantieri, nato a Messina, vive e lavora a Firenze. Dipinge da sempre ed espone dal 1960. Numerose le rassegne su invito e le mostre personali sia in Italia che all'estero, fra le ultime fuori dai confini : Casa Italia/Olimpiadi di Pechino nel 2008; XXI Giochi Olimpici Invernali a Vancouver; International Art Exchange Exibition di Shangai nel 2011. I suoli lavoro sono presenti in molte collezioni pubbliche e private.

Roberto T. : un poeta

Ho alcuni amici che ogni tanto mi mandano loro contributi.
Intanto questa poesia di Roberto. Probabile che non sarà l'unica.

SE FOSSI DIO

se avessi per un attimo
il dono di essere come dio
forse inciamperei come uomo
nella retorica dell'io
perchè tanti si dimenticano
che come dio
è ben lontana la parola IO
vuoi che sia
semplice distrofia
io....dio...
semplice dimenticanza
della alfabetica
una semplice consonanza
forse sarà un'etica
io...dio..dio...io
poetica espressione
d'io.............................
poi omessa per  pratica virtù....
l'uomo spesso si perde
di fronte a poco
senza accorgersi
che tra una consonante in più
o in meno di due stupide vocali
la differenza è.......
l'universo intero
o ..
un pugno di polvere che poi
il prossimo manco si ricorderà.
amore ed avidità
l'infinito ed il nulla.....

Roberto Tramonti, 2012

a cura di Francoeffe

sabato 6 aprile 2013

IN RICORDO DI UN AMICO

Ottobrata 1976 - Conferenza sul tema : il culo nei film di B. Bertolucci' .

Sarà il destino di tutti : alla fine basterà farci mente locale. L’evento prima o poi capiterà, non c’è scampo. Sapere che è accaduto ad un amico ferisce sempre :immancabilmente. Resta il rimpianto di non averlo frequentato quanto avrebbe meritato o quanto avremmo voluto.  Può anche capitare di riflettere quanto la sua perdita ci mancherà e, da egoisti, di quanta sua brillante ed intelligente conversazione ci dovremo privare. Verranno alla mente decine di episodi e circostanze fino ad ora in un canto della memoria, che però adesso tiriamo fuori perché non solo affiorano ma balzano prepotenti alla mente.
Lo conobbi nel 1975, nel corso della campagna elettorale : si rinnovava il Consiglio Comunale in cui entrammo entrambi. Mi capitò anche di fare insieme un ‘Assemblea, al Bigallo. All’epoca si andava ad incontrare la gente, anche poca per volta, come in quel caso. A differenza di adesso che i propositi li lasciano intuire o, peggio, interpretare.
Una volta, era la fine di luglio e a S. Casciano ci sarebbe stata l’ultima Assemblea dell’ ex USL 10/h prima delle vacanze. L’aspettavamo, Rossano ed io, per le 20.45. Neppure un minuto di ritardo e partimmo con la sua auto : si faceva a girare e per turno il passaggio toccava a lui. Si presentò all’appuntamento con una curiosa camicia a quadri bianchi e rossi, della misura di circa 3 cm di lato. All’osservazione di quanto  fosse eccentrica, questa fu la sua risposta, testuale :” Voi sapete bene come io ami la Garfagnana e come le mie donne litighino ogni giorno e momento. Io per non intromettermi vado a fare ampie girate,….” Il racconto proseguiva così : era uscito di buon ora; si sarebbe recato a casa Pascoli avendo saputo (era un fautore del ‘gerundio’ per cui voleva fondare con Gigi Remaschi, un’Associazione che lo salvasse, lo valorizzasse e ne rilanciasse l’uso) di certi manoscritti apocrifi che voleva vedere; la sala di consultazione – così pare dicesse il custode - era impegnata da uno studioso tedesco e non volle disturbarlo; proseguì la gita godendone i panorami e all’ora giusta per pranzare, immaginò che avrebbe trovato una segnalazione del tipo ‘omino con tovagliolo in braccio e dito indicatore con la scritta ‘Trattoria’; immaginò un bersò con abbondanti piante rampicanti sotto al quale consumare, al suo fresco, il pranzo; dopo poche curve ecco il segnale, ecco il bersò, i tavoli apparecchiati ricoperti da una tovaglia come questa. “Ne ho comprate due e mi sono fatto cucire la camicia!”.  Parlò ininterrottamente per 20 minuti, il tempo per arrivare al parcheggio di S. Casciano, quello vicino al Comune dove si teneva l'Assemblea.
Quando quella volta lo incontrammo con sotto al braccio una borsa assai curiosa, la gomitata sferrata nel fianco di un altro amico che voleva chiedergli dove l’avesse trovata, lo fece desistere immediatamente.
Aveva sempre con se una borsetta, che in realtà era un ‘necessaire’ per il suo vizio più grande che praticava con grande soddisfazione : il fumo. Dentro ci teneva tutto l’occorrente per soddisfarlo : almeno 2 tipi di sigarette, quando non anche un pacchetto di sigarini e la borsetta di tabacco : Velvet era uno dei suoi preferiti; almeno un bocchino e 1 o 2 pipe, alcune molto belle e pregiate, alcune anche di ‘caolino’ : credo ne avesse una collezione. Scovoli, accendini e fiammiferi non mancavano mai.
Era interessante e anche bello vederlo mentre si accomodava la pipa e osservarlo nella cerimonia dell’accensione. Nessuno dei suoi gesti era affrettato o scontato. Così come è sempre stato un piacere  ascoltarlo : era capace di intavolare o intrattenere qualunque conversazione. Da colto bibliofilo e raffinato linguista qual’era conosceva la maggior parte dello scibile umano, Se per esempio dicevi nave,  ti parlava dei maggiori naufragi della storia. Era un grande intrattenitore di classe e fine parlatore. Credo sia rimasto famoso quel pomeriggio in cui apparve in casa di amici a Monte Pilli sotto una tempesta di neve. Avevano ospiti con i quali avevano appena finito di pranzare. Lo invitarono a scaldarsi e prendere il caffè con tutti loro, intorno al fuoco acceso nel grande camino della sala. Non fecero in tempo a fare un complimento al suo bellissimo Collie che aveva portato seco in quell’escursione, che li intrattenne fino all’ora di cena, parlando loro del suo rapporto psicologico col suo cane.
E quella volta che nel corso di una riunione convocata per trovare come trovare una soluzione per ingaggiare un importante Direttore Sanitario per la nascente USL 10/h, sentendosi nominato in quanto conoscente di un importante Sanitario a cui, come si faceva alla maniera antica per i Fattori, sarebbe stato necessario offrire ‘villa e podere’. Parlava di altro con altri e le parole che gli risuonarono all’orecchio furono il suo “nome” e “villa”. Lui se ne uscì con queste parole :” Voi tutti sapete come io ami le ville, ma che c’entro io con il Sanitario?”.
Ed ancora, quella volta che avviluppato nel suo ampio mantello a ruota fermato al bavero da una catenella in bocca a 2 teste di leone, si presentò al campo nomadi impiantato poco distante dalla sua casa, e pretese – riuscendoci – di insegnare alle zingare come far girare sopra la scodella con acqua e olio, il ‘pendolino’ che aveva con se.
Questo era Stelio Giannini, ‘lo Stelio’! Indimenticabile per cultura, simpatia, intelligenza e profondità di ragionamenti e giudizi. Lo rimpiangeremo in molti.

Francoeffe

foto da : M. Benelli, P. Camiciottoli, A. Cini, F. Fantechi, M. Turchi : 'Appunti sulla Casa del Popolo di Osteria Nuova' , Lito Isolotto - Firenze 1983.

sabato 30 marzo 2013

CITTA' VECCHIA

Non leggo molta poesia, ma  suppongo  di poterla  riconoscere. La mia esperienza, prima di leggere Elvio Natali, era ferma a ‘San Martino’ e  ‘Pianto antico’.
Ascolto talvolta alla Radio, nella trasmissione pomeridiana ‘Fahrenait’, alcune poesie di autori contemporanei. Spesso le leggono loro stessi.
Il conduttore dice che ‘tal dei tali’  poeta, leggerà una sua poesia : dunque la lettura che ne consegue deve essere poesia. Spesso sento parole una accanto all’altra, magari anche belle, alle quali non riesco a dare un senso.
Per me sono e restano parole in fila, una dietro l’altra. Ma  il conduttore ha detto che si leggerà una poesia, parole in fila o no, sarà pur poesia!!
Bene, da ‘San Martino’ sono arrivato, 50 anni dopo, alle poesie di Elvio che mi hanno fatto scoprire la poesia. La lettura di alcune  di Moravia, di Pavese, di Luzi, dei poeti russi del '900, salvo alcuni casi, non mi avevano alla fine entusiasmato. Ma come ho detto sopra,….. 
Propongo un’altra poesia di Elvio Natali : ‘Città vecchia’ , dove il poeta canta la nostalgia del suo vecchio  borgo, quello dei vecchi amici con i quali chissà quali esperienze e sogni ha condiviso : ‘…il respiro antico degli amici perduti..’, ma non dimenticati;  del tempo che non ritorna più : ‘… quando il sole era giovane addosso e tutt’estate le nostre stagioni’. 
Ma il ricordo rimane : ‘Ci resta solo l’eco ...’.

Città vecchia

Molce la foglia tenera sul ramo
Il refolo d’aprile. Tu allora
percorri queste strade, rasenti
le screpolate porte alle pareti.
Ascolta sulle soglie il respiro
antico degli amici perduti,
saldi custodi delle tue memorie.
La voce dei colloqui non più uditi,
le dispute, gli scontri, l’effusioni
degli anni che il tempo ha trafugato,
quando il sole era giovane addosso
e tutt’estate le nostre stagioni.
Ci resta solo l’eco ma tenace
come gelo di neve sulle cime.


da : 'In tempra tesa', Polistampa, Frenze - 1998

a cura di Francoeffe

I pittori liguri. 2° post

Il secondo dei pittori liguri che presento - ambedue hanno esposto al 'Pascò' - è Luciano Laschi, già primario ortopedico un un Ospedale ligure.


Come evocazioni medianiche,
come simboli di una ricerca
in altra dimensione,
i suoi quadri
trasmettono inquietanti sensazioni
di perdita, nella latenza di un riferimento
certo
a conclamate espressioni di colore
che qui
è sfumatura e sovraesposizione
o conculcato e distorto
desiderio di sapere
cosa vi è oltre.




La Luna - acrilico 20 x 30 - 1993


a cura di Francoeffe





Due pittori dalla Liguria. 1° post

Una collettiva con due pittori provenienti dalla liguria.
Due stili e creatività diversi; due linguaggi affini per vivere e interpretare l' Arte  perchè carichi di poesia.
Questo è il post dedicato a  Bruno Cassaglia.



Soave
e smisurata fantasia
che non perde mai però
il suo confronto al reale,
distorcendo e ampliando
in tocchi sublimi
quanto di più contraddittorio
e inesplicato
la natura umana
ha creato
e l'uomo nel tempo
ha sacralizzato.



Il Paradiso - tecnica mista - 30 x 40



a cura di Francoeffe
                        

La Ciaccona (Chaconne)


Avete letto bene il titolo : senz’altro e senza ombra di dubbio vi è scritto ‘La Ciaccona’. Non la ‘ciacciona’ nel senso, credo solo fiorentino, di indicare chi ficca il naso in cose e affari non suoi ; neppure ‘ciaccola’, nel senso di chiacchiericcio raccolto chissà dove e da chi.
Ciaccona, è scritto Ciaccona!
Dunque Ciaccona. Ma ho scritto  la Ciaccona, con ciò intendendo che ce ne sia una sola di Ciaccone. In realtà ce ne sono e anche parecchie : ‘Ciaccona’ è un movimento di danza, un ballo insomma, che si praticava nel XVII° secolo, in tutta Europa, particolarmente in quella parte che, con una definizione moderna,  oggi si conosce come Germania.
Dunque : Ciaccona e Danza.
Per le necessità delle Corti le musiche venivano scritte dai Konzertmeinster, cioè da quei musicisti di un qualche rilievo che, al soldo del Signore,  erano incaricati di provvedere alle musiche che in ogni occasione occorrevano a Corte. Servizi religiosi, ricevimenti e feste; fidanzamenti e matrimoni; ricorrenze liete e non liete, cerimonie di ogni tipo e così via. Fra le danze più richieste ed eseguite perché in voga, c’era la Giga, la Corrente, l’Allemanda e, per l’appunto, la Ciaccona. Solo più avanti si affermò il Minuetto. Basterebbe vedere di quali parti (movimenti) sono formate le Suite e  le Partite di J.S.Bach per rendersene conto.
Ad es.: la Partita n° 2 in Re minore, BWV 1004 per violino solo, è formata da: Allemanda, Corrente, Sarabanda, Giga, Ciaccona. La Ciaccona. Si, perché quando si dice ‘La Ciaccona’ si intende questa della Partita n° 2. Non è necessario neppure aggiungere in Re minore e per violino solo : questa è ‘La Ciaccona’! Non è l’unica, ma la più intrigante e famosa. Sembra una scommessa eseguirla.
Negli anni l’ho potuta ascoltare dal vivo da tre grandissimi esecutori su tre strumenti diversi : da Arthur Rubinstein al piano e da Andres Segovia alla chitarra al Teatro della Pergola; da Nathan Milstein, violinista,  al Teatro Comunale. Si abbassano le luci, gli spettatori finiscono di accomodarsi nelle poltrone, mentre il violinista, con l’archetto abbassato e il violino in mano, aspetta il silenzio assoluto mentre si concentra ancora un attimo. Ottenuto il silenzio, imbraccia il violino, alza l’archetto e ‘cede’ il primo accordo al pubblico che trattiene il respiro preso com'è dall’emozione delle prime note, che cresce con lo svilupparsi della trama, complessa e magicamente affascinante. Chi la conosce la segue godendola mentalmente; chi l’ascolta per la prima volta resta  stregato e sorpreso da tanta complessità, come capitò al sottoscritto ascoltandola alla radio da Arturo Benedetti Michelangeli nella trascrizione per pianoforte di F. Busoni. Adesso ho la fortuna di possederne diverse incisioni, dal vivo e da studio : da Segovia, da Rubinstein, da A.B. Michelangeli, da N. Milstein, da  S. Piovesan in una preziosa incisione eseguita con il Guarnieri del Gesù di Genova. Il suggerimento mi pare ovvio : ascoltarla con l’orecchio del cuore, cercando di carpirne il messaggio segreto, lasciandosi rapire da questa musica magnifica.

Francoeffe

domenica 24 marzo 2013

Collettiva di Medici Pittori. 2° post

In questo post presento un lavoro di un altro dei Medici Pittori che presero parte alla collettiva a loro dedicata.
Roberto Della Lena, ematologo.
Questo è uno dei suoi coloratissimi lavoro presentati.




Civiltà
che ci opprime,
caos esistenziale
domande senza risposta
risposte a domande note
nelle relazioni umane
così variabili
così deludenti.
Sforzo di comprensione
ora gioioso
ora pensoso
senza prendere le distanze.




San Miniato al Monte


a Cura di Francoeffe